A seguito dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e della scelta di non aderire al sistema normativo europeo sulla finanza sostenibile, si potrebbe ipotizzare che le politiche britanniche risultino meno ambiziose rispetto a quelle europee.
Tuttavia, un’analisi dettagliata evidenzia una realtà diversa. Nel periodo successivo alla Brexit, il Regno Unito ha rafforzato il proprio quadro regolatorio in ambito climatico, ambientale e di sostenibilità.
Il governo e le autorità di vigilanza dei mercati finanziari hanno introdotto numerosi interventi normativi e regolamentari volti a promuovere la sostenibilità, a sostenere la transizione verso un’economia a impatto climatico nullo e a consolidare il ruolo del Regno Unito come centro finanziario di riferimento per gli investimenti verdi e sostenibili a livello internazionale.
Le fondamenta di questo quadro normativo, in continua evoluzione, si trovano negli impegni assunti dal Regno Unito a livello internazionale.
In particolare, il Paese ha aderito a numerosi accordi sui cambiamenti climatici, tra cui il Protocollo di Kyoto del 1997 e l’Accordo di Parigi del 2015, che hanno introdotto l’obiettivo giuridicamente vincolante di raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050.
Il governo britannico e le autorità di vigilanza finanziaria hanno inoltre favorito l’allineamento internazionale degli standard ambientali, sociali e di governance, con particolare attenzione agli obblighi di rendicontazione aziendale e alla regolamentazione dei rating ESG.
Un elemento distintivo dell’approccio britannico alla regolamentazione della finanza sostenibile è l’enfasi posta sulle dinamiche di mercato. Ciò si traduce nell’adozione di standard settoriali volontari, nella promozione di iniziative collettive per la riduzione delle emissioni nette e nel riconoscimento che la disciplina della concorrenza non dovrebbe ostacolare in modo sproporzionato la cooperazione tra operatori economici nella lotta ai cambiamenti climatici.
