L’Intelligenza artificiale viene oggi proposta agli avvocati e agli studi legali come irrinunciabile.
Ci sono numerose offerte e corsi di formazione su come l’Avvocato dovrebbe imparare ad utilizzarla.
Siamo certi che gli avvocati siano effettivamente ed efficacemente informati e che si rendano conto del ruolo da loro attribuire nel lavoro dello Studio?
Anthropic, società leader nello sviluppo di modelli di IA, che di recente ha aperto una sede proprio in Italia, a Milano, ha rilasciato il rivoluzionario e avanzato modello Fable 5.
Una classe Mithos (che identifica una serie di capacità superiori a quelle dell’Opus).
L’efficacia di Fable 5, in termini di prestazioni, risulta superiore a quella di altri modelli finora resi disponibili al pubblico.
È importante prestare attenzione al dato letterale di queste valutazioni. Come rilasciate dalla società. L’IA è una tecnologia di frontiera e, come tale, è difficile da inquadrare e da sottoporre a analisi statistiche non dinamiche. Quindi è in costante evoluzione.
Questo significa che, se utilizzassimo le medesime affermazioni non per un modello di IA, ma per un’autovettura, il risultato, pur potendo sembrare simile in termini di promozioni, sarebbe completamente diverso.
Per l’IA valgono regole che i consumatori potrebbero non conoscere.
Per capire, tuttavia, il significato di quanto sopra, è utile considerare la seguente tabella, che mostra come, nella comparazione, Fable 5 si presenterebbe all’avanguardia in quasi tutti i benchmark di intelligenza artificiale testati.
Sul concetto di benchmark per l’IA non c’è univocità di vedute. Di fatto, e con una sintesi utile all’esposizione, sarebbe il risultato di una serie di test standard che dovrebbero misurare e confrontare le prestazioni, l’accuratezza e le capacità di un modello di IA.
Il loro funzionamento (meglio sarebbe dire la loro impostazione, dato che si tratta di test) è simile a quello di un esame o, come fatto osservare, a tratti, a un percorso ad ostacoli, il superamento del quale presuppone un indice delle capacità di analisi logico-cognitive e matematiche.
In buona sostanza, non è sbagliato affermare che si tratta di un test di performance strutturato sulla base di requisiti di verifica che, a loro volta, sono il frutto di un arcipelago normativo di non facile lettura e tutt’altro che armonizzato.
Secondo una parte della comunità di ingegneri e scienziati che lavorano sull’IA, i benchmark rappresentano un insieme sufficientemente definito di attività, dati e metriche che consentono di confrontare i principali modelli di IA in base ai requisiti principali dell’IA. In particolare, dall’accuratezza alla robustezza, dal costo alla latenza e, naturalmente, alla sicurezza. Quindi, il benchmark per l’IA è considerato, allo stato attuale, una delle misure più affidabili per dimostrare le prestazioni attese di un’IA in un contesto applicativo specifico. Non solo in laboratorio.
Per un interessante approfondimento dei parametri e dell’attività valutativa a margine delle IA suggerisco il sito del progetto “cognition”.
La parte, tuttavia, rilevante IA fini di questo articolo, che non ha lo scopo di celebrare il modello Fables 5, è quella che evidenzia il risultato del benchmark alla voce “Legal”, rigo n. 8 del grafico. Pur essendo migliore della media degli altri, si ferma a un sorprendente 13,3.
È il valore più basso.
Si noti che, per esempio, alla voce biologia raggiunge l’83,9 o nella cyber security il 78.
Se sposassimo l’idea che questo sia uno dei modelli più avanzati ed efficienti, non avendo elementi per dubitarne, dovremmo anche concludere che uno dei migliori modelli sul mercato ha un impatto sul settore legale davvero minimo.
Per capirci bene. Anni addietro, con l’avvento dell’Internet Society e lo sviluppo, da parte dei motori di ricerca, di tutte le capacità che oggi sono note per indicizzare e rappresentare in modo valido forme di indagine conoscitiva, l’impatto era maggiore. I motori di ricerca, oltre una decina di anni fa, erano più utili dell’IA di oggi per lo svolgimento della professione forense. L’aspetto sorprendente di questo 13,3 è che la professione forense è tra quelle indicate come ad alto rischio di sostituzione. Seppur va osservato che questo pericolo è particolarmente sentito nell’ambito della contrattualistica, in particolare del c.d. diritto degli affari. Molto meno per le boutique del diritto o gli studi classici, sia fra professionisti sia fra famiglie, dove si pratica un’attività meno internazionale, orientata al societario e al commerciale.
Francamente, ho dei dubbi che, dati alla mano, questa tecnologia (l’IA in generale) sia in grado di sostituire gli avvocati.
E’ evidente che ci sono componenti dell’attività forense che richiedono non solo la supervisione, ma forse addirittura la revisione di tutto ciò di produzione propria da parte del Professionista.
E’ anche legittimo chiedersi se questa “corsa” all’uso dell’IA non sia esageratamente proiettata in un futuro incerto.
È giusto formare gli avvocati, fornendo loro strumenti all’avanguardia. Ma attenzione a non ottenere l’effetto di sostituzione tramite la serializzazione di procedure meno impegnative rispetto a quelle efficaci.
L’utilità di uno strumento giuridico dev’essere legata al risultato atteso.
Uno studio legale non è un laboratorio di biologia né una società di sicurezza informatica.
Se noi ipotizzassimo, ed è un ragionamento puramente teorico, che il benchmark umano per attività di ricerca, indagine, selezione e argomentazione (l’antico lavoro dei sofisti nella persuasione) da parte di uno studio legale “old school” arrivasse, ad esempio, a una performance compresa tra il 70 e l’80% in termini di efficacia, significherebbe che valesse più di 5 volte rispetto a quanto offre oggi il meglio dell’IA.
In questo caso, applicando gli stessi parametri di valutazione, vince l’umano.
E se pensiamo che questa attività, compiuta con metodi in parte tradizionali e in altra misura innovativi, come le banche dati e i motori di ricerca online, può innalzare questo benchmark, portando la miglior dottrina a “fare il diritto”, cioè a concepirlo come si realizza un abito su misura, viene da chiedersi se valga la pena rischiare affidandosi troppo all’IA.
Se un team umano è già competitivo, perché dovrebbe dipendere dall’IA?
Il sottoscritto, scrivente, ha seguito tre corsi semplificati sull’IA. Non in ambito forense, lo preciso. Li ho fatti perché, nel mio tempo libero, volevo capire questa tecnologia al meglio per poterla approfondire. Non può bastarmi la didattica on demand disponibile online. Ad oggi non ho incontrato alcun collega avvocato che abbia fatto qualcosa di analogo.
Il meglio sono professionisti che hanno fatto dei corsi su come usare l’IA, ma non hanno cognizione, per esempio, di come funzionino il machine learning o il deep learning, o di come vengano svolti/strutturati gli addestramenti con le banche dati per le IA.
Come fanno questi professionisti ad affermare se effettivamente vogliono l’IA? Se gliela danno e tutti dicono che è essenziale, probabilmente la prenderanno. È una soluzione più che altro logica.
Soffermandoci a un ragionamento di natura più culturale, se vogliamo antropologica, della classe forense, potremmo perlomeno valutare quanto siano impattanti le seguenti affermazioni:
1) L’Avvocato, prima di tutto, ama il suo lavoro. L’IA no. Non è necessario. L’Avvocato ama redigere un atto, vederlo crescere, perfezionarlo, dal suo concepimento fino alla stampa e alla rilettura su supporto cartaceo. Svolgere questa attività nel proprio studio è la celebrazione di una professione. Un rito che prende e trasmette qualcosa della persona che appone la sua firma oggi più digitale che fisica.
2) L’Avvocato è competitivo, ma prima di tutto con sé stesso. L’IA no. Gli avvocati sono le spade con cui oggi si combattono i duelli. Cercano di migliorarsi. Sono generali tanto quanto strateghi, soldati in trincea ma anche imprenditori di sé stessi.
3) L’Avvocato è il risultato di un’esperienza al passo con i tempi, rappresenta un patto generazionale fatto di decisioni e prassi che si creano passo dopo passo, che plasmano il Professionista e lo trasformano, adeguandolo e adeguandosi. L’IA, no, non ha bisogno di essere questo per essere un prodotto. Le IA promettono di conformarsi al modo di lavorare dell’Avvocato, cioè di essere la sua estensione. Di produrre un lavoro personalizzato sulle caratteristiche di quell’Avvocato. Potremmo discutere molto di questo. Lo scrivente, unitamente ad altre persone di diverse nazionalità, fa parte di una community che interagisce con una palestra di addestramento di un’IA e credo che questa ipotesi, per quanto ricercata (per scopi commerciali), sia ben lontana dal potersi realizzare. In minima parte sì. Ma non in modo trasformativo. Per adesso (e comunque più nel common law che nei sistemi di civil law).
Anche se, purtroppo, esiste una clientela di tuttologi convinta che tutto si possa copiare e che, in realtà, il lavoro dell’Avvocato potrebbe farlo chiunque usando un motore di ricerca, la verità è che il professionista serio ha una percezione del diritto legata alla sua forma mentis.
Inserire l’IA con un ruolo sostitutivo di tutto ciò corre il rischio di abbassare il livello di produzione del professionista forense. Portandolo all’acquiescenza. E provoca un rischioso effetto Flynn inverso in particolare per le nuove generazioni.
L’utilizzo dell’IA, straordinario in alcuni ambiti, quando non è altrettanto efficace, rischia di addormentare le capacità del cervello umano.
Riducendo la concentrazione, la memoria a lungo termine e il pensiero critico.
Tutte le facoltà di cui l’Avvocato ha grande bisogno. Più che dell’IA.
